Ogni tanto, mentre pulisco casa o in momenti casuali, ho l'abitudine di affiggere ritagli senza che abbiano un senso. Ma come ho imparato nel mio creare, non esiste nulla di casuale: solo l'istintivo e il non controllato.
Quando è venuto fuori questo collage, sull'anta del mio armadio, mi sono seduta sul letto e ho pianto.
Sulla sinistra, una cartolina di una mostra sul Giappone a cui non sono mai andata: l'ho tenuta per i colori. Al centro, in alto, un ritaglio di un libro di storia. So chi è: durante la gravidanza vidi lo stesso viso in un documentario, una scena delle persone che non furono immediatamente uccise dall'esplosione atomica, ma non abbastanza lontane da non subire le ustioni e la successiva morte. Tra loro c'è una mamma sotto shock che, comunque, calma il suo bambino dandogli il seno.
Quando la vidi, portavo in grembo il mio bambino. Inutile dire che ho pianto.
Accanto, la cartolina di una mia compagna di classe, spedita per ringraziarmi perché l'avevo avvisata che aveva superato l'anno quando credeva di essere stata bocciata. Solo appese affianco l'una all'altra vedo la gentilezza insita nella natura. Non a caso anche il fiore — così effimero — sta nutrendo il colibrì. Le nostre cicatrici, curate dalla gentilezza naturale umana.
Di seguito, foto di mio babbo, la sua nonna, me bambina, me da grande, uno specchio rotondo dove posso guardarmi.
Ora «hodie», come disse Sant'Espedito. E affianco, sovrapposto a immagini di particolari quotidiane, la frase:
«Nostalgia, segno della presenza.»
Il ricordo di quella gentilezza che aneliamo — soprattutto nei momenti di paura, dolore e disperazione — è segno di qualcosa di più grande. Un amore reale che non muore.
È bene ricordarlo.
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